Io sono Moth

12.01.2022

di Simone Pegoraro

Io Sono Moth

Al di sotto delle macerie della Città Assopita.

Dentro alle catacombe, un corridoio lungo come una serpe, si snodava lento e solitario. Solo un via vai di piccole stanze vuote, silenzio ed aria stantia. Tutto era immerso in un torpore liscio come il vetro.

All'interno di una delle stanze, un corpo apparentemente esanime e immobile nella luce di una mezz'alba, rimaneva steso a terra in posizione prona. Le mani si aggrappavano al fango, nervose, scattando in piccole convulsioni. Le braccia, chiuse in un abbraccio scomposto attorno alla testa, raccontavano i segni di una colluttazione. La faccia rivolta verso il basso, completamente immersa dentro ad un acquitrino maleodorante, non dava segni di vita. Un telo nero come la pece ammantava quel mucchio di carne.

Flebile come un respiro, un piccolo raggio di luce, si fece strada ad illuminare parte di un muro tirato su alla bene e meglio. Il respiro dell'alba, di un nuovo giorno, cominciò a farsi largo e ad abbattere, piano piano, silenzio e tenebre. Un piccolo mugolio, proveniente da sotto il manto, fermò il tempo in un preciso istante. Il risveglio. Il rantolo si fece sempre più insistente, tanto che in pochi brevi frammenti di tempo, la trasformazione si fece sempre più pressante. Da mugolio a lamento e da quest'ultimo in ringhio di rabbia feroce. La forza cominciò a riprendere possesso degli arti inermi. I lievi spasmi nervosi delle mani lasciarono il passo ad una stretta, tanto potente, che le unghie, ancora sporche di fango, lacerarono i palmi delle mani. Un fiotto di vita disperata si fece largo tra ogni fibra muscolare, ogni cellula della pelle ed ogni parte del tessuto che ricopriva il corpo.

il ringhio si confuse con lo stridere dei denti. Dalla melma un pugno si alzò per ricadere, pesante come un martello sull'incudine, e ne creò un enorme fiotto d'acqua che finì sui capelli lunghi e imbrattati di fanghiglia che rimasero appiccicati al viso. Anche l'altro pugno calò sincronizzato ad un urlo, che di umano probabilmente aveva ben poco. Dentro una nuvola di lapilli d'acqua e fango, incandescenti di rabbia, il busto dell'essere si inarcò all'indietro per dar modo alla testa di ritrovare respiro. Appena le narici arrivarono abbastanza in alto, un mugghio liberatorio squassò il silenzio. Due occhi color della notte si aprirono alla penombra della catacomba. Tagliente come lama, lo sguardo, fuggì alla ricerca di qualcosa di familiare che lo potesse condurre ad una condizione di conosciuto. Purtroppo, dentro a quell'aria rarefatta a disorientante, non c'era un solo elemento che lo portasse in una situazione di confidenza. Non ci volle molto per scoprire che, in effetti, non c'erano ricordi che abitavano in nessuna parte di quel corpo martoriato, ma un solo enorme e nero silenzio.

I pugni, ancora chiusi, affondarono nella poltiglia del pavimento e, a fatica, fecero leva per consentire alle gambe di completare il movimento e riportare, quell'ammasso nero e sporco, da una posizione adagiata ad una eretta. Una sbilenca figura barcollò cozzando addosso alle mura ed al silenzio rotto, di tanto in tanto, dal suo stesso lamento. Posò una mano al muro madido di umidità. Riuscì ad aprire il pugno e ad appoggiarne il palmo, ascoltano ogni piccola fessura lasciata dai vecchi mattoni di pietra. Un freddo rivolo d'acqua solcò le dita fino a delineare la forma della mano, scavalcando ogni irregolarità, segnate da cicatrici e nervi contratti. Vi appoggiò anche l'altra mano, che nel frattempo aveva abbandonato la forma chiusa e nervosa del pugno, e si concesse un meditante momento per riportare aria nei polmoni. Un respiro, poi un affanno, di nuovo a portare aria dentro di sé e poi di nuovo un affanno. Lentamente la mano destra si staccò dal muro e si mosse in direzione del volto nell'intento di ridefinirne i contorni. Mentre le dita scorrevano i lineamenti secchi, ed i raggrumati residui di fango sul volto, ebbe la prima sensazione di familiarità. La prima e triste sensazione di appartenenza ad una sorta di ricordo che non riusciva a definire. Quel volto gli apparteneva e nello stesso tempo stentava a riconoscere, come se fosse stata una parte che non aveva mai conosciuto ma, nel contempo, fosse sempre stata accanto a lui. Come un'ombra silenziosa che per tutta la sua vita l'avesse accompagnato sempre qualche passo più indietro. Quell'ombra, che cercava di riconoscere attraverso la forma del viso, era l'essere vivente più livoroso che avesse mai visto. Quel volto, dai lineamenti tanto rudi e pronunciati, creava una stretta tanto potente che era in grado di frantumare la pietra più dura presente in natura e lasciare solo fine farina di roccia che al vento volava via.

Non c'era più nulla di umano in quello che la mano, timorosa e tremante, toccava. Era quello che dimorava nel profondo di quel corpo che non aveva più una forma umana. Era diventato un'emozione talmente pura, che se ne perdeva il controllo, la forza dirompente era paragonabile alla forza di una frana. Avrebbe potuto distruggere tutto quello che si trovava di fronte al suo cammino senza alcuna pietà', senza alcun rimorso o qualsivoglia forma di remora.

Spostò la mano dal viso e la ripose sul muro, accanto all'altra in perfetta simmetria, chiuse gli occhi e si permise un lungo, immenso respiro. Le dita si fecero più nervose e le convulsioni sempre meno controllate. In una manciata di istanti, le unghie, si trovarono a mordere i bordi dei mattoni con così tanta rabbia che non ci volle molto ad affondarci quasi dentro. La bocca si trasformò, da una perfetta "non espressione", in una smorfia colma di tensione. I denti si fecero morsa stretta e lo sguardo si fece tanto profondo che tagliava l'aria.

Gli occhi si iniettarono di furia cieca e, con cadenza ritmica, i pugni calarono colpi addosso alla parete con veemenza sempre maggiore. Ad ogni colpo inferto un piccolo lamento uscì, non controllato, dalla bocca e, con la successione solenne dei pugni, frammenti sempre più grandi abbandonarono la parete per finire a terra. Il lamento si trasformò in un sommesso pianto e poi in urlo. I colpi, dapprima ritmici, divennero sempre più scomposti fin tanto da diventare ganci. Colpo. Colpo. Frammenti a terra. Respiro, polmoni pieni. Pianto e urla. Colpo, colpo e ancora colpo. La pelle, sulle nocche, iniziò a non sopportare più lo sforzo ed iniziò a cedere e, frantumandosi, cadere atterra mischiata ai frammenti del muro. Rivoli di sangue impalpabile cominciarono a scendere copiosi, ma la sua coscienza non ne tenne minimamente in considerazione. L'impeto, e lo spasmo nervoso, si placarono tanto cautamente quanto, e l'uomo lo sapeva nel cuore, illusoriamente. Si volse con le spalle a quel che restava del muro ed appoggiò testa e schiena contro il freddo dei mattoni di rena nera, o almeno quel che ne restava. Non si pose domande, non ne sentiva minimamente la necessità, ed iniziò a guardare il perimetro nero, confuso dall'assenza di luce, di quella sua piccola prigione. I quattro muri creavano un piccolo quadrato e per terra piccole chiazze d'acqua, probabilmente dovuta alla fortissima umidità' di quel sotterraneo, baluginavano i riflessi della poca luce che, entrando da una piccola feritoia posta vicino al tetto, permettevano di comprendere la nudità di quella piccola cella. L'uomo, con i piedi ben piantati a terra e la schiena saldata alla parete, incominciò a cercare con gli occhi una via di fuga. Non c'era una porta, non c'era un cedimento su nessuna parete e l'unica via d'uscita era da dove entrava la luce ma era troppo risicata per far passare anche solo una mano.

la mancanza di libertà' incominciò ad afferrargli la gola. il petto si mise a pulsare, in cerca d'aria, con lo stesso cadenzare del battito del cuore che, man mano, si fece sempre più spedito. Gli occhi sgranati non vedevano più nulla, non coglievano più una forma, erano persi a guardare, non più l'esterno, ma all'interno di sé stesso. Le labbra, secche, incorniciavano una smorfia di panico che piano piano prendeva sempre più consistenza. Le dita ritornarono potenti tenaglie, afferrarono il mattone su cui erano appoggiate e, a poco a poco, lo penetrarono. In un piccolo istante, tutto quello che di vivo c'era nel corpo di quell'uomo, si fermò e le mani si rilassarono lasciando andare quel morso contro la parete. Gli occhi, terrorizzati, divennero dapprima vuoti e poi si lasciarono coprire dalle palpebre che scesero come drappi, su un palcoscenico, alla fine di una pièce teatrale. Le ginocchia cedettero e lasciarono cadere quell'ammasso di carne a terra. Il contraccolpo fu così forte che ci fu un piccolo boato echeggiato dalle pareti nude. Fermo in ginocchio, il busto protratto in avanti e le braccia lungo i fianchi.

Gli occhi si aprirono bianchi di un'apparente morte, una falsa morte, e non colsero nulla davanti a sé, solo il freddo muro. il silenzio aleggiava come fine nebbia in quello spazio vuoto. Ma d'un tratto, come una piccola luce nel buio della notte, una voce si fece largo e devastò quel silenzio:

«Alzati...riprendi fiato...»

Dall'ammasso di cenci non si levò nemmeno un gesto, rimase immobile, inerme e pallido.

Si fece avanti una figura di donna coperta da un mantello fatto di stracci e dal volto coperto da un cappuccio. Ad ogni passo, scalzo della donna, la fievole luce illuminava e rivelava le fattezze di quel volto. Lineamenti gentili, capelli lunghi e soffici che le scorrevano lungo le spalle ed uno sguardo ricolmo d'amore e di pietà.

Arrivata quasi di fronte al corpo abbandonato, la donna si inginocchiò. Levò una mano verso il viso assente dell'uomo, spostò una ciocca di capelli e vi posò una lieve carezza su quelle palle tesa e contrita per chissà quale colpa.

«Piccolo mio, non aver paura...Rinascere è un'esperienza traumatica ma un percorso doveroso. Ti amo tanto quanto ti stavo aspettando. Apri gli occhi piccolo mio... apri gli occhi...»

Le palpebre dell'uomo scesero e si chiusero in una morsa quasi a difendere quel nulla che, solo fino a qualche momento fa, stava raccontando. Due rivoli di sangue nero e salato iniziarono a scendere dagl' occhi, le narici iniziarono a riprendere aria e la mandibola si serrò fiera e feroce in un ghigno. La testa ricadde in avanti e quel movimento sbilanciò il corpo tanto che, per un puro istinto di autoconservazione, piantò le mani a terra e ne fermò la conseguente rovinosa caduta.

La testa penzolava e i lunghi capelli erano come impiccati, che quasi toccavano terra, pendenti dal suo cranio. Si sentì un respiro affannoso provenire da dietro quel sipario. La donna si rimise in piedi e fece un passo indietro e fece spazio affinché quell'uomo prendesse tutta l'aria che necessitava ed assecondare il risveglio.

Il respiro si fece sempre più forte e una piccola risata si fece largo fra le corde vocali dell'uomo.

Una mano lasciò la stretta al terreno e si levò verso il volto. A palmo aperto si attaccò alla faccia, si asciugò quelle lacrime nere e le assaggiò. Ferro e sale. Ferro e Sale. Le dita arrivarono in mezzo ai capelli e li riportarono al posto corretto. Una gamba tornò a far leva sul terreno e a lasciare che quel corpo ritornasse ad una posizione eretta.

Un monolite nero, alto quasi due metri, si stagliava nella penombra di quella cella senza porte.

La voce della donna si rifece sentire

«...Piccolo mio bentornato...»

L'uomo non era ancora in grado di articolare parole, le sue labbra e la sua lingua erano ancora assopite dal lungo letargo e da quel risveglio. Puntò gli occhi verso la donna in penombra. Era come se la conoscesse ma non la riusciva a collocare in nessun dei pochissimi ricordi che viaggiavano nel vuoto della sua memoria.

Con lo sguardo fisso biascicò un rantolo. Ma la donna capì la domanda ugualmente.

«Mi chiamo Damitra, e sono parte della tua Creazione, del tuo ritorno a questo mondo. sono come una madre ma non ti ho generato. Ti trovi sotto le fondamenta di dove si erge la città Assopita. Stai scontando una condanna ed io sarò la tua guida alla fuga, al riscatto. ...»

«...M....ad....r....»

«...chiamami come vuoi, piccola anima...»

La mano della donna, sicura e pallida, ruppe gli indugi e si porse in gesto d'aiuto.

L'uomo la fissò, dapprima, facendosi riscaldare da quello sguardo così amorevole e poi cercò di comprendere il significato di quel gesto. Era un segno d'aiuto. "Non aver paura" vi leggeva e in quell'istante capi' che la sua rabbia, la sua collera cresceva perché era come un animale ferito, una belva feroce ferita in un angolo. Aveva paura e la ferocia era l'unica arma per difendersi.

«Ch...i...so...no......io...mmm..a...dr..e...» l'uomo cadde in ginocchio, arreso e svuotato di fronte a quella donna.

«Tu sei una Falena, nera... che vola nella notte. Tu sei una Falena che però rifiuta l'attrazione ai lumi accesi. Te ne stai distante perché sai che la luce è pericolosa. Il luccichio delle cose effimere porta spesso al baratro più nero... è ora che tu prenda la mia mano e che smetta di aver paura.»

«M....o...t....»

«...fuori c'è una guerra mia piccola falena... c'è una vendetta che aspetta di essere portata a compimento... c'è la rivalsa che ti attende... ora sarai considerato anche se nessuno potrà vederti...»

«...M......o....t.....t....»

«Dillo il tuo Nome tu lo sai. e lo sei... dillo urlalo con tutta l'aria ed il sangue che hai nel cuore e nei polmoni...»

L'uomo richiuse gli occhi. E tutto tornò di nuovo nero. Le lacrime nere tornarono a segnargli il viso fino ad arrivare all'angolo delle labbra. La lingua, quasi come una preda, uscì dalla bocca e riassaggiò quel sapore. Ferro e sale. Di nuovo ferro e sale. Un nuovo respiro profondo. Enorme. Violento.

«Dillo chi sei, anima sensibile. dillo chi sei... lo sai. Lo senti»

Un altro respiro ma ancora nulla. Ancora solo odore di muschio, ferro e sale.

«La rivolta ti aspetta, stanno aspettando solo te per l'ascesa alla Città della Luce... Dillo chi sei Falena Nera...»

L'uomo smise di respirare. Piegò la testa in avanti. Gli occhi si aprirono e non erano più bianche in assenza di vita. Ora erano Neri come un pozzo profondo. Neri come la notte. Neri come il buio che solo una falena poteva volare.

Un sospiro. L'uomo allungò la mano e prese quella di Damitra.

Con un filo di voce disse.

«Io sono Moth...»

La Donna sorrise, come una madre quando vede il suo figlio adorato crescere. Strinse la mano dell'uomo e aggiunse:

«Vieni devo mostrarti una cosa...»

Allungò una mano verso il muto e umido muro davanti a sé e ne aprì una breccia.

Oltre quel muro un mondo disperato si aprì all'orizzonte.

«Moth, è questo il mondo da salvare. Ti stanno aspettando e hanno bisogno di te...»

All'uomo mancò un respiro. Guardò ogni uomo ed ogni donna, piegato e inclinato dal dolore, ogni catapecchia marcita e le strade desolanti che raccontavano disperazione ed incuria.

Socchiuse gli occhi, quasi accecato, dal baluginio che si stagliava alto all'orizzonte.

Una fortezza dorata fissava dall'alto al basso, spavalda e crudele, quel piccolo cimitero di anime disperate che era la Città Assopita.

La Città di Luce. La sua meta. La sua redenzione.

Mosse il primo passo, mano nella mano, con Damitra verso il suo destino.

«Io sono... Moth...»